Inganni spirituali 1. Una storiella…

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Ma è possibile che  non riescano a fare un po’ di silenzio neppure quando medito!??? E gliel’avevo detto oh di fare silenzio, di non fare rumore! Niente!!!
Purtroppo ho una famiglia così involuta, che non posso neppure meditare!

Oggi riporto una storiella, rivolta a tutti quelli che meditano, e che però, durante la meditazione, non vogliono sentir nulla, non una distrazione, nessuno che parli, quasi a pretendere che, siccome loro stanno meditando, il mondo si debba fermare. In casa non deve volare una mosca perché loro, stanno finalmente facendo qualcosa di “sacro”!

Te la riporto nel caso senti risuonare qualcosa dentro alle mie parole sopra e in tal caso, voglio metterti in guardia dalla mente e i suoi trucchi, perché conosco bene questi pensieri. Infatti, solitamente si tende a riportare le proprie problematiche, tali e quali, all’interno del proprio cammino spirituale. Così, per farti un esempio, se prima si era intolleranti verso chi ci rompeva le scatole nel raggiungere i propri obiettivi, poi la nostra intolleranza cambia solo obiettivo, e viene rivolta verso le persone che riteniamo (spesso a torto) non spirituali. E il bello è, che in tutto questo, ci si inganna di essere migliori o più evoluti di prima, senza accorgersi di come, la propria intolleranza che era stata buttata fuori dalla porta in malomodo, sia rientrata dalla finestra!

Io stesso quando cominciai con la pratica meditativa, ebbi pensieri simili e auto-inganni simili. Non proprio così, ma il succo era: che gli altri, dovevano fare qualcosa per me almeno quando io avessi deciso di meditare, perché altrimenti, non avrei potuto ottenere determinati stati o benefici. Tutto questo, senza mettere in discussione me, i miei stati interiori e la mia pratica.

E anche ai corsi e seminari sulla meditazione che seguii, sentivo spesso questo genere di lamentele tra i principianti (ne sento tutt’ora!). Molti si prodigano a dire degli altri e di quanto sia problematico per loro portare avanti un cammino spirituale “perché gli altri…”, “perché in questo mondo tutti…”, etc. etc., e quasi nessuno che si chieda:

ma a me, cosa succede dentro quando sento una voce, un rumore, o qualcuno che non esaudisce una mia richiesta o aspettativa?

Questo particolare genere di mio auto-inganno, andò avanti finché frequentai un bellissimo seminario sulla meditazione con Padre Andrea Schnoller (intorno al 1998-1999 se ricordo bene), un grande frate cappuccino che viveva in Svizzera (e forse ci vive tutt’ora).

Mi colpì molto, quando a differenza di altre persone, che focalizzavano molto l’attenzione alle formalità esteriori o alla postura, lui riportava su ogni cosa, l’attenzione all’interiorità e all’accoglienza del prossimo e di tutto ciò che accadeva (pur essendo molto fermo e deciso nel richiedere il silenzio ai praticanti mentre si meditava e pur spiegando i benefici delle posture!).

Una cosa è impegnarsi attivamente per creare le condizioni ideali che favoriscono quella profondità, quegli stati interiori che in particolare all’inizio non siamo in grado di ottenere in altre condizioni, e tutt’altra cosa è pretendere o imporre queste a discapito degli altri e della loro libertà o farne la discriminante del proprio percorso spirituale.

Eppure, sicuramente questi avvertimenti mi saranno stati dati prima anche da altri miei insegnanti, ma ecco…io sono un po’ lento e si sa…a volte non abbiamo orecchi per intendere, almeno finché non siamo pronti a metterci in discussione, ad ascoltare davvero e a guardarci dentro con onestà.

Non voglio fartela ancora lunga, per cui ti riporto subito la storiella, che parla di preghiera, di stato interiore e che voglio utilizzare per portarti l’attenzione su alcuni aspetti che ritengo molto importanti.

Akbar e il namaaz

Un giorno il sultano Akbar era a caccia nella foresta. 
Quando fu l’ora della preghiera della sera, scese da cavallo, stese per terra una stuoia e si inginocchio a pregare come fanno tutti i bravi mussulmani in ogni parte del mondo. 

Proprio in quel momento una contadina, sconvolta dalla scomparsa del marito, che era uscito di casa quella mattina senza più farvi ritorno, passò di lì tutta di corsa alla ricerca disperata del consorte. 
Era talmente preoccupata che non si accorse neppure della figura inginocchiata dell’imperatore e vi incespicò, quindi si rialzò e, senza neppure una parola di scusa, corse a perdifiato nel fitto della foresta. 

Akbar fu molto seccato dell’interruzione ma, da bravo mussulmano, osservò la regola che proibiva di parlare durante il namaaz. 

Quando egli aveva quasi finito di pregare, la donna ritornò tutta felice, insieme al consorte ritrovato e, alla vista dell’imperatore e del suo seguito, fu sorpresa e spaventata. 
Akbar sfogò contro di lei la sua collera, urlando: 
“Giustifica la tua condotta irriverente o sarai punita!”

La donna si sentì improvvisamente piena di coraggio, guardò in faccia l’imperatore e disse: 
“Vostra Maestà, ero così assorta dal pensiero di mio marito che non vi ho visto, neppure quando, come dite, sono inciampata su di voi. 
Durante il namaaz voi eravate assorto in Uno che è infinitamente più prezioso di mio marito, come mai allora vi siete accorto di me?”

L’imperatore tacque pieno di vergogna e in seguito confidò ai suoi amici che una donna di campagna, che non era una persona colta, né un mullah, gli aveva insegnato il verso significato della preghiera.”

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